Gli usi della parola puta
di Giulia Di Guardia
Lo scorso ottobre sono stata alla presentazione (organizzata da Open Catania alla legatoria Prampolini) del libro Puttana femminista di Georgina Orellano1. Tra i vari argomenti trattati, Georgina ci racconta qualcosa che ho trovato particolarmente interessante, che ci permette di dare un’occhiata su alcuni usi che facciamo del linguaggio, mostrando quindi che con il linguaggio facciamo cose. Ci ha parlato, cioè, dell’insieme di alcune vicende attorno all’atto di rivendicazione della parola puta. Ci faremo aiutare dalle analisi tipiche della filosofia del linguaggio per comprendere meglio, prima di tutto, che cosa è un “atto” (che qui intendiamo come atto linguistico), poi che cosa è un epiteto denigratorio e in che modo, a partire da questi due concetti, si possa parlare di atto di rivendicazione. Infine vi racconterò la storia di questa strana situazione, di questa sorta di doppia rivendicazione.
La teoria degli atti linguistici è stata introdotta dal filosofo John Langshaw Austin intorno agli anni Cinquanta. Austin intuisce che proferire enunciati linguistici equivale a compiere azioni: dare ordini, pregare, porgere domande, ma anche sposare, conferire titoli, dichiarare guerra. Esistono quindi, oltre agli enunciati che si limitano a descrivere stati di cose (constativi), altri che invece fanno qualcosa, anziché descrivere (performativi). Un’analisi più attenta, tuttavia, ci permette di constatare che anche gli enunciati che sembrano limitarsi a descrivere in realtà fanno: feriscono, incitano.
Questa intuizione di Austin, secondo cui dire qualcosa equivale a fare qualcosa, è particolarmente utile per comprendere la dimensione performativa del linguaggio offensivo. Alcune parole non si limitano a descrivere o a riferirsi a un soggetto ma agiscono direttamente su di lui, ferendolo o collocandolo in una posizione sociale di inferiorità. È il caso degli epiteti denigratori, o slur, che rappresentano uno degli esempi più chiari di come il linguaggio possa esercitare potere e produrre effetti reali nel mondo.
Gli epiteti denigratori sono etichette associate a generi o gruppi sociali, sulla base di certe caratteristiche identificative, reali o credute tali, usate per esprimere disprezzo nei confronti dei membri appartenenti a quel gruppo2. A differenza degli insulti particolaristici (come “cretino” o “imbecille”), gli slur non si riferiscono solo all’individuo a cui ci si rivolge, ma anche all’intero gruppo sociale di appartenenza. Inoltre, vengono usati per comunicare atteggiamenti negativi non per ciò che il soggetto ha fatto, ma per ciò che il soggetto è.
Il caso della riappropriazione è uno dei possibili usi non denigratori degli slur3. È solitamente il gruppo sociale “bersaglio” a usare gli epiteti in modo riappropriativo, con lo scopo di generare un senso di intimità e orgoglio identitario. Fare parte di un gruppo non garantisce però che uno stesso epiteto, usato con intenzioni riappropriative, non possa essere anche usato con intenzioni denigratorie da un membro dello stesso gruppo. (Ho assistito personalmente a usi omofobi della parola “gay” da parte di persone gay). Gli usi riappropriativi mantengono una qualche traccia del carico denigratorio originario degli epiteti. Potremmo considerare questi usi come “ecoici”:“i membri del gruppo target fanno eco agli usi denigratori in contesti che rendono però evidente che tali usi non sono condivisi, allo scopo di dissociarsene o prendersene gioco.” 4
Tale pratica è una pratica politica, che ha a che fare con una riconquista del potere fino ad allora nelle mani di coloro che intendevano farne un uso discriminatorio.
Il termine puttana presenta almeno due livelli di significato: uno descrittivo (può riferirsi alla lavoratrice del sesso) e uno valutativo (viene usato per qualificare una donna considerata moralmente disprezzabile). In entrambi i casi, il termine veicola un giudizio sociale e un valore negativo, rendendolo un esempio paradigmatico di epiteto denigratorio di genere. Proprio per questo, la sua riappropriazione da parte di chi ne è stato il bersaglio rappresenta un atto linguistico e politico di trasformazione del significato stesso delle parole e della realtà. Ma questo processo non è breve né indolore, e Georgina ce lo racconta molto bene.
Segretaria di AMMAR5, sindacato delle lavoratrici del sesso in Argentina, Orellano rivendica insieme alle colleghe la parola puta. Consapevoli che esistono due approcci femministi opposti al sex work: da un lato quello abolizionista, che sostiene, in breve, che il lavoro sessuale alimenti il patriarcato, dall’altro chi supporta la depenalizzazione e il riconoscimento della dignità del lavoro sessuale.
Georgina racconta che, quando le compagne sex workers cominciarono a unirsi, alla vigilia della nascita del sindacato, si avvicinarono al mondo femminista. Le altre femministe avevano un coro, un “canto” che diceva: “Siamo tutte lesbiche, travestite e puttane6”. Un canto di rivendicazione, potremmo dire, che mirava a dare visibilità e a normalizzare le persone lesbiche, le persone trans e le sex workers. Tuttavia, l’intenzione delle femministe non era esattamente quella. Molte di loro criticavano e giudicavano le sex workers, o, ancor peggio, le ostacolavano legalmente, racconta Orellano.
Allora le compagne sex workers capirono che il modo in cui le femministe usavano puta non riguardava loro. Era piuttosto usato come inno alla liberazione sessuale. Tornate alle loro conversazioni, le sex workers si erano sentite disturbate da quell’uso della parola, che le faceva sentire “cancellate”, poiché molte di coloro che intonavano il canto non le riconoscevano e, anzi, alimentavano lo stigma.
Cominciarono così a chiedersi: quando ci capita di sentirci chiamate pute? In quali casi ci ha fatto più male sentircelo dire? Le compagne si resero conto che quella parola, più che dai clienti, la sentivano soprattutto in famiglia e, quel che è peggio, dalle loro madri. Ma soprattutto faceva male non tanto quando era un riferimento al loro lavoro, piuttosto quando venivano chiamate così per essere tornate tardi, per aver indossato una gonna corta, per aver cambiato troppi fidanzati, per essere madri single, persino per essere lesbiche.
D’altronde, dice Orellano, in un mondo machista come il nostro capita che ci si senta più subordinate rispetto ai fidanzati che ai clienti. Con i clienti vengono fatti accordi, si stabiliscono condizioni. Non è insolito invece che un partner abbia pretese sessuali, agisca una sottomissione fisica e psicologica e pretenda lavoro gratuito.
Le compagne sex workers, inoltre, contestavano l’essere ricondotte alla liberazione sessuale: il loro lavoro non implica necessariamente che siano a proprio agio con la nudità o con la propria sessualità nella vita quotidiana. Da qui emergono le divergenze: una parola, tre usi diversi. Uno violento, uno di liberazione, uno di rappresentanza. Le sex workers contestano che, nell’uso “femminista” di puta, venga cancellata la loro identità di lavoratrici. La loro non è una lotta per la liberazione sessuale, ma una lotta sindacale, di classe.
Creare il sindacato le ha rese soggetti politici, lavoratrici che fanno parte di una classe operaia. La rivendicazione della parola puta diventa così rivendicazione di diritti del lavoro. Significa permettere alle sex workers di autodeterminarsi, di autodefinirsi, di rendere sicura e tutelata la loro professione, entrando nel femminismo con uno sguardo diverso, che abbraccia la lotta di classe e non cancella le vite rotte.
Alla fine, racconta, dopo la nascita del sindacato, le femministe cominciarono a indossarne le maglie, che riportavano la scritta “puta femminista”.
Le ho chiesto come si fossero sentite nel vedere indossato il loro modo di intendere puta. Mi ha risposto: “Eravamo molto infastidite da chi aveva avuto atteggiamenti abolizionisti, e senza riconoscere i diritti delle lavoratrici sessuali indossava comunque le magliette. Noi criticavamo che non era una moda, ma un’identità politica. Chiedevamo: perché hai smesso di essere abolizionista? Devi affermare politicamente qual è stato il percorso di passaggio a un’opinione diversa. Soprattutto chi aveva ricoperto ruoli di potere statale, chi aveva votato la riforma di legge contro di noi. Prima di indossare la maglietta chiedi scusa alle compagne per aver chiuso il loro sistema di lavoro”
Tutto per quella che è apparentemente solo una parola: puta.
Georgina è una sex worker, è la segretaria di un sindacato, è una madre, è una persona che fa tante cose pratiche. Eppure, il suo intervento alla presentazione è iniziato così: “Prima ancora di prendere decisioni, di stabilire cosa fare, noi dovevamo chiarire l’uso del linguaggio: ci serviva per capire come vedevamo noi stesse e come avevamo intenzione di mostrarci al mondo.”
1 Orellano, G. (2025). Puttana femminista. Storie di una sex worker. Roma: Edizioni Tlon.
2 Bianchi, C., & Caponetto, L. (2025). Filosofia sociale del linguaggio. Roma-Bari: Laterza.
3 Esistono anche usi didattici o pedagogici, ma non tutti concordano sul fatto che sia davvero possibile usarli senza riattivare, almeno in parte, il loro potenziale denigratorio.
4 Bianchi, C. (2014). Slurs and appropriation: An echoic account. Journal of Pragmatics, 66, 35–44.
5 Asociación Mujeres Meretrices de la Argentina en Acción por Nuestros Derechos
6 Somos todas lesbianas, travestis y putas

